Il Muro di Berlino cadde il 9 novembre 1989, in seguito a una conferenza stampa mal gestita dal portavoce della Germania Est Günter Schabowski, un errore clamoroso.
Nell’autunno del 1989, il regime della Germania Est era sotto una pressione enorme. Centinaia di migliaia di cittadini erano fuggiti attraverso l’Ungheria e la Cecoslovacchia, che avevano aperto i propri confini. Le imponenti manifestazioni del lunedì a Lipsia e in altre città chiedevano riforme. Il leader di lunga data Erich Honecker era stato sostituito dal più moderato Egon Krenz.
Il 9 novembre, il governo della Germania Est redasse nuove norme sui viaggi che avrebbero permesso ai cittadini di richiedere il permesso di recarsi all’estero. Le norme sarebbero dovute entrare in vigore il giorno seguente, con una procedura ordinata. Ma Günter Schabowski, il portavoce del partito incaricato di annunciarle in conferenza stampa, non era stato informato in modo completo.
Quando un giornalista italiano gli chiese quando sarebbero entrate in vigore le nuove norme, Schabowski sfogliò i suoi appunti e rispose: “Sofort, unverzüglich“. “Immediatamente, senza indugio.”
La notizia si diffuse come un incendio sulla televisione della Germania Ovest, molto seguita anche a Est. Migliaia di berlinesi dell’Est si diressero verso i valichi di frontiera del Muro, chiedendo di poter passare. Le guardie di frontiera, sopraffatte e senza ordini chiari, aprirono infine i cancelli a Bornholmer Straße, il primo valico ad aprirsi, poco prima di mezzanotte.
Nel giro di poche ore, tutti i valichi erano aperti. Folle esultanti da entrambi i lati salirono sul Muro alla Porta di Brandeburgo, festeggiando, cantando e scalfendo il cemento a colpi di martello: i celebri “Mauerspechte” (i picchi del Muro).
Il Muro era rimasto in piedi per 28 anni, 2 mesi e 27 giorni.